“Che cos’è la Verità?” (Giovanni, 18, 38)

Relatore: Prof. Carlo Sini

“Che cos’è la Verità?” (Giovanni, 18, 38)

Coordinatrice: Marzia Banci

Il relatore si domanda come in filosofia suoni la domanda “spropositata” rivolta dal governatore romano Pilato a Gesù che tace: “Che cos’è la Verità?”.

Aristotele definisce la Verità come ciò che appartiene alla filosofia, la scienza della Verità per eccellenza.

In questo caso, però, la domanda “non va bene, perché la Verità non è una cosa e non è nemmeno una definizione semplice”.
La Verità è problematica, inafferrabile, inquietante, tuttavia qualcosa su di essa si può dire “per aprire il cammino”.
Prima di tutto è doveroso il dubbio su chiunque voglia imporre la propria verità, dopo di che si può cominciare osservando che certamente la Verità è una “relazione” che ciascuno di noi ha con il mondo, con gli altri, con noi stessi.
Se la verità non è una cosa, però tutte le cose del mondo sono in relazione con la verità. Quindi si può dire che la verità del mondo è “una manifestazione delle cose che esclude il loro contrario”.
Verità come manifestazione.
Infatti per i greci αλήθεια (= alézeia) non era semplicemente la veritas latina, ma α  λήθη (= a lèze), ciò che è senza nascondimento, quindi manifesto.
Dunque “verità del mondo” è il primo significato della parola verità.
La verità non è quindi una cosa, ma le cose tutte si annunciano, si manifestano nella verità.
Essa è una relazione con la verità del mondo come sua manifestazione, ma anche con il suo opposto “che ci delude”.
Le cose infatti si manifestano nella loro verità, ma anche passano nella non verità, perché sono soggette a mutamenti ed inganni.
Verità e non verità del mondo si intrecciano di continuo nella nostra esperienza, si incarnano negli abiti sociali della comunità.
Pratiche religiose, agricole, etiche hanno guidato il gruppo tra verità e non verità.
In sintesi, la verità è una relazione al mondo, nel suo manifestarsi e non manifestarsi, che viene elaborata come comunità.
Non solo verità come manifestazione del mondo, ma anche come esperienza della finzione, della menzogna.
L’ipocrisia, secondo J. P. Sartre, è un atteggiamento che appare molto presto, fin dall’infanzia.
Sembrare, far finta è normale, umano e inevitabilmente impariamo a diffidare degli altri.
Nel concreto sperimentare il senso della non verità come credenza errata e come finzione o inganno, ci accade poi di scoprire che la non verità non è più l’altra faccia della verità, il suo lato complementare, ma “l’assolutamente altro dalla verità”.
Considerando che i nostri comportamenti, le nostre credenze innate o ereditate sono modellate dall’esperienza fra delusioni, errori, conferme, osserviamo anche che la fiducia in queste credenze non è assoluta, perché sono largamente affette dall’errore, dalla trasformazione, oltre che dalla menzogna.
La verità, così come la sperimentiamo nella sua mutevolezza, ci appare insoddisfacente e inadeguata quando affrontiamo la questione fondamentale: che moriremo.
Della certezza della morte non può dubitare nessuno, ma su di essa nulla si può dire, perché ciò che appartiene all’altro dall’umano non è vero o non vero, è altro e quindi non riconducibile a nessuna dottrina, non vincolato alla verità, sciolto da essa.
Quindi l’ “assolutamente altro dalla verità” non è il mistero, come molti dicono, ma l’ “evento della verità”, l’essere umano stesso che si accetta nel suo essere nell’errore e nel limite, in una continua ricerca di affrontare il mondo, gli altri, se stesso senza pretendere di arrivare alla pienezza della Verità. (A.S.)

Montegrotto Terme
2 Novembre 2007, ore 21.00